Cuore di sarto

sottotitolo: 
di Giuseppe Cecconi

Breve racconto di Giuseppe Cecconi, dalla raccolta Signori in nero sulla Jungmannovo

Gli uomini vengono da me per misurarsi.

Il mio laboratorio è piccolo; anche in assenza di luce riuscirei ugualmente a ritrovare gli oggetti che tutti i giorni mi fanno compagnia. Le grandi forbici, quelle piccole, un metro ormai consunto, il gessetto spezzato.
A volte il mio sguardo incrocia quello del mezzobusto di cartone: ha provato tanti vestiti, ma non è mai uscito di qui. Un po’ come me, fermo in un angolo, quasi immobile, senza ambizioni.
L’effigie di un santo protettore, intento a ricucire un sacco, ci protegge dall’alto degli scaffali. A fissarlo intensamente mette paura, come tutti i santi, pallido e con lo sguardo perso nel cielo.
Raramente qui ci sono rumori. Se trilla il telefono o cadono le forbici sul marmo, il suono è assorbito dalle decine di scampoli  che foderano le pareti. Anche le parole sono ovattate. Quasi prive di accento rimbalzano fra gli scaffali e giungono alle mie orecchie, quasi morte, spente.
Nessuno è mai venuto a reclamare per un soprabito troppo corto o una gonna esageratamente succinta.
Passano di qui le donne più belle della città. Mi considerano come un medico, si sentono autorizzate a non vergognarsi quando le cingo per le misure o quando indugio sui loro fianchi col gessetto. Non ho un nome.
Sono “il mio sarto”, e i loro occhi lucidi si sprecano tutti per i colori e le stoffe. A volte si allungano per prendere i rotoli più alti. Sorridono della mia statura ed io le invidio mentre si allungano con eleganza tra gli scaffali. E’ in quei momenti che le mie mani mi stupiscono. Queste mani ferme, diritte, che potrebbero tagliare in linea retta decine di metri di velluto senza riferimenti, queste mani tremano, si lasciano andare.
Forse anche per questo mi piace star solo.

Lavoro il sabato, la domenica, a casa, al domicilio dei clienti...

Sarei spaventato dall’avere un’intera giornata a disposizione. Comprerei il giornale per leggerlo più lentamente possibile, oppure andrei a far visita a mia sorella, con un pretesto qualsiasi...
Mi viene da pensare, a volte, mentre sono impegnato a cucire, agli avvenimenti più emozionanti della mia vita. Rimando la mente indietro per trovare qualcosa di grazioso, , ma torna sempre vuota, come una rete gettata in un canale morto.
So far bene solo il mio lavoro, fuori di esso sono un nulla.
Le uniche donne alle quali mi sono affezionato, nessuno lo sa, sono le lucciole che popolano i viali di questa città. Le prime volte mi vergognavo davanti a loro, poi alcune parlavano, mi chiedevano del mio lavoro, delle stoffe, delle mode. Per alcune di loro ho lavorato con lo stesso scrupolo dedicato alle nobildonne che mi riempivano la bottega di profumi esotici.

Ogni tanto amo fare passeggiate entro le mura della città.
Vi sono luoghi che adoro. Forse per altri sono insignificanti. 
Luoghi nei quali come per miracolo o per sorprendenti coincidenze, si mescolano luci, figure, colori, nelle proporzioni giuste. Come certi tessuti che lasciano indovinare sfumature senza mischiare i colori.
Una gioia fatta di poco, ma la preferisco ai viaggi raccontati dai clienti o alle località balneari decantate dalle loro mogli.

Certe sere il mio cuore di sarto pare non farcela.
Allora compongo i numeri delle mie clienti più belle, solo per ascoltare la loro voce rimbombare in quelle case spaziose sempre piene di gente, Ascolto senza parlare...potrei dialogare con una scusa qualsiasi...per fissare una prova, ad esempio, ma subito riattacco e mi metto a pensare. Penso che sono solo. Solo. Come gli abiti che confezione, che non esistono, non hanno senso se non sono indossati e mostrati.
Come quelle giacche passate di moda, appese nel buio degli armadi in attesa di andare in beneficenza.
Il busto di cartone mi è complice: se potesse parlare confiderebbe alle signore più sensibili i miei sconforti. Invece mi guarda mentre traccio oscuri segnetti col gessetto. Qui si taglia, qui ancora un po’, qui va bene così. Mi guarda con l’eleganza di una statua mancata, nei lineamenti grossolani della cartapesta, immobile negli occhi, nelle mani.
Vorrei tanto infondergli la vita, farne il mio Golem, il mio servo discreto. Da un po’ di tempo qualcosa è mutato in me. Le tensioni si sono fatte insopportabili e ho deciso di cambiare.
Sono stanco della mia maniacale perfezione. Certo della mia consolidata reputazione, sto venendo meno a quella che nell’etica professionale di noi sarti è ispiratrice di tutta l’attività: la misura.
Accorcio o allungo le misure rispetto a quelle stabilite: all’inizio in modo impercettibile, ora superando il centimetro.
Nessuno si è accorto di nulla. La mia astuzia si è rivelata forte.
Mi sento come certi famosi atleti che si allenano per mesi, per anni, al fine di migliorare le proprie misure. Come certi ginnasti impegnati per anni nella conquista di qualche centimetro in alto, in lungo, in pista...
Studiano i percorsi, gli avversari, calzano le scarpe migliori... 
Così faccio io, per rendere la misura relativa e non più assoluta. Per far capire al mondo, a questo mondo che non mi conosce e non mi considera, che ho questo potere. Di allungare una manica rispetto all’altra, di stringere troppo una gonna, di mostrare di più ciò che non si vuole e viceversa.
E di convincere il cliente che il lavoro è ben fatto.

Convinco  i più robusti di essere dimagriti, quando in vita ci sono due centimetri di troppo. I miei abiti diventano così unici come opere d’arte, firmati. Non sono forse i difetti a fare uno stile?
Osservavo in silenzio una signora, che viene nel mio laboratorio da dieci anni, rigirarsi davanti allo specchio, con lo sguardo perplesso davanti ad una gonna che desiderava più lunga. Io sono rimasto muto e lei se ne è andata soddisfatta. Ho sottomano la camicia del dottor Vivaldi.
E’ un essere pignolo, che vuole provarla continuamente. Non sa che fra i due polsini c’è differenza, e la fiducia in me lo rende cieco.
Direte voi: è una squallida vendetta quella che il nemico non potrà mai conoscere. Lo so. Ma voglio divertirmi. 
Voglio che mi sia concesso uscire dalle regole. Voglio rompere la monotonia del mio lavoro. Voglio emozioni, ecco, di questo si tratta.

La mia vita ne è stata priva ed ha sete di emozioni come io potrei averne in un deserto.
Non saprei altrimenti come riempire questo mio scorrere dei giorni che per altri è la vita.
Mi sento come un croupier che fa vincere chi vuole lui.
E chi perde non se ne accorge, e continua a puntare su numeri che io non farò mai uscire.
Questo mi aiuta nella mia idea di perfezione. Il poter decidere sulle misure, il poter alternarle. Provate a tracciare un quadrato a mano libera su un foglio: probabilmente ne uscirà qualcosa di dignitoso.
Ma provate a fare un cerchio, gonfio nella misura uguale, teso al punto giusto nelle sue curve, con tutti i suoi raggi equidistanti...
Qui i segmenti non hanno né inizio né fine. È completo, perfetto, ma estremamente difficile da tracciare. Questo io voglio fare: dedicarmi ai cerchi ed abbandonare i facili quadrati.
Direte che sono pazzo: nella complessa miscela della perfezione c’è sempre un pizzico di follia perché, come l’idea di infinito, sia accessibile a pochi.
Nessuno potrà trascinarmi in tribunale per questa innocua mania. Al massimo, perderò qualche cliente.
Spostare un bottone rispetto alla linea che gli altri formano, ed accettarlo così, può essere l’inizio del caos, dell’assenza si riferimenti, di una anarchia architettonica piacevole e divertente, anche se pericolosa.

Un piccolo sarto svitato potrebbe quindi dare inizio al più grande ballo della storia, quello dei numeri.
Non più incollati fra loro, non più adeguati a formare quel concetto di proporzione che ben conosciamo.
Tutti si dovranno abituare alle nuove disarmonie, agli sconvolti equilibri, come io mi sono abituato per tutta la vita a fare lo spettatore, a vivere al margine dei palazzi.
Un sorriso, un solo sorriso, poteva essere tanto per me.
Mi avrebbe perlomeno riempito la giornata. 
Ciò che per gli altri è superfluo, per me poteva essere vitale, come certe piante selvatiche, che vivono di pioggia, di vento, di nulla.
Mia sorella mi conosce bene. Nei nostri pur rari incontri dice di non ritrovare in me il sarto tranquillo di un tempo. Legge nei miei lunghi silenzi l’assenza di limiti. Sente che sono fuori, all’esterno, e me lo dice. Io continuo a lavorare con le forbici e la invito a giudicare il tailleur sotto di me, consapevole di alcuni punti staccati nella fodera interna, per accentuarne la fragilità.

Solo il busto di cartone mi è rimasto amico.
Su di lui provo i pezzi in silenzio e lui si presta al gioco.
Pare quasi pendere da un lato quando vede, e vede anch’io, che le maniche non sono perfettamente uguali.
Fare questo mi da coraggio.

L’altra sera ho telefonato ad una cliente nuova e non ho riattaccato.
Abbiamo fissato una prova e perfino discusso del più e del meno.
Per lei, per la sua figura esile e ben costruita, il lavoro sarà perfetto. Le farò trovare il laboratorio ordinato. Comprerò un metro nuovo, coi numeri ben leggibili, per cingerla come una principessa. Con lei parlerò. Della mia vita scarna, del mio povero cuore di sarto.
Le dirò di quando bambino abitavo dalle sue parti e come conosco bene quelle scogliere ove il mare ruggisce come un orco.
Se saprà ascoltarmi le racconterò tutte le misure della mia vita: strette, anguste. Mentre le mostrerò i tagli di seta la inviterò di nuovo: in negozio, a casa, per la strada, ove più riterrà opportuno.
Le confesserò che non vivo da solo per scelta, e la voglio anche informare del mio gioco delle misure, della mia mania di modificare gli abiti, non riuscendo a modificare le persone che li indossano.

Suonano alla porta.
Sento le gambe come paralizzarsi e gli anelli delle forbici che non vogliono più uscire dalle dita. Cammino verso l’ingresso.
Dal vetro opaco indovino la sua silhouette, mentre lei non può scorgermi. Adesso sono calmo. Ho tentato di sconvolgere le misure del mondo e certo non avrò timore ad aprirle la porta, a sorridere, a farla accomodare per offrirle un the...

Comunque, sarà un bel pomeriggio.